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VALERIO LA MARTIRE – STRANIZZA

In collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Praga, la nostra classe ha avuto la possibilità di leggere un libro interessantissimo e di incontrarne l’autore, ospite della Fiera del Libro di Praga 2025, nonchè della nostra scuola, Gymnázium Ústavní.

INTERVISTA ALL’AUTORE

La possibilità di amare chiunque vogliamo dovrebbe essere una cosa normale. Però molto spesso non è così. Esistono innumerevoli storie d’amore incomprese, di persone giudicate solo per chi amano. Una di queste storie ce la presenta Valerio la Martire nel suo libro Stranizza. La vita tragica e un po’ dimenticata di due ragazzi di un piccolo paese siciliano, Giarre. I protagonisti, Nino e Marco, sono ispirati a due ragazzi veri, Tony e Giorgio, e alla loro lotta per l’amore e la libertà che costò loro la vita.

“Stranizza” prende spunto da una storia vera. Come hai scoperto questa storia e come ti sei sentito quando ne hai sentito parlare?
Ho scoperto della morte di Tony e Giorgio un sabato mattina al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli a Roma. Nel Circolo, tra i vari documenti disponibili, c’era una bacheca di sughero con appuntate foto e ritagli di giornale che raccontavano la storia della lotta italiana per i diritti LGBTQ+. Tra queste foto mi colpì molto il piccolo ritaglio di giornale che parlava dei ragazzi e della loro morte. Ricordo che c’era questa foto in bianco e nero, molto sgranata, con i due ragazzi. Avevo 17 anni e loro erano miei coetanei, mi colpì molto scoprire della loro morte.
Cosa ti ha spinto a scrivere il libro?
La spinta è sempre stata la stessa: con l’omicidio hanno cercato di cancellare i due ragazzi e il loro amore. Con Stranizza cerco di ricostruire la loro memoria raccontando il loro amore.
Come hai approfondito i fatti reali? Quanto c’è di ricerca e quanto di immaginazione?
Inizialmente ho chiesto agli altri attivisti per i diritti LGBTQ+ di loro due, ma non c’era molta memoria di quel fatto. Anche negli archivi più accessibili non si trovavano molte notizie. Qualche anno dopo ho incontrato un ragazzo di Giarre, il paese dove erano vissuti ed erano stati uccisi Tony e Giorgio, e grazie a lui sono andato in Sicilia, ho intervistato chi li aveva conosciuti e ho potuto approfondire la loro vicenda. I due ragazzi, però, non erano persone famose, non prima della loro morte, e per ricostruire la loro storia d’amore ho dovuto inventare e immaginare quasi tutto.
Quando hai parlato con le persone del posto o con chi ricorda quella vicenda, che tipo di racconti hai ricevuto?
È stato molto difficile raccogliere informazioni su di loro. Quando sono stato a Giarre a fare ricerca era il 2006 e c’era ancora molta reticenza a parlare di quell’omicidio. Quasi tutti mi hanno detto di non volerne sapere nulla. Per fortuna alcuni, invece, hanno deciso di regalarmi i loro ricordi. Molte di queste persone mi hanno raccontato di un rapporto d’amore che non era mai stato scritto e mai narrato dai giornali e dalle televisioni che avevano parlato della loro morte e questo mi ha spinto ancora di più a raccontare la loro storia.
Come descriveresti quel momento storico in Sicilia, e più in generale in Italia, per le
persone LGBTQ+?

Per la stesura del libro, prima e dopo essere stato in Sicilia a intervistare i testimoni, ho studiato i quotidiani e i giornali del 1980. Facendo una ricerca negli archivi di notizie e scrivendo la chiave di ricerca “omosessuale” escono molti articoli. Sono tutti articoli di morte e violenza. Quella era l’omosessualità per l’Italia nel 1980, quella la vita queer che veniva raccontata e che aveva una rappresentazione. È chiaro che anche nel 1980 le persone si amavano, erano felici, facevano festa. Ma erano piccole bolle di gioia in un paese che non voleva questi amori e queste identità. È un periodo che ci siamo lasciati alle spalle e anche
se c’è ancora tanto lavoro da fare penso che ora l’Italia sia un Paese migliore di allora.
C’è un aspetto della realtà di Giarre negli anni ‘80 che ti ha colpito?
Mi hanno colpito tante cose che ho scoperto mentre facevo ricerca. Mi ha colpito il fatto che lo scandalo fosse l’amore dei due ragazzi e non tanto il sesso. Un ragazzo all’epoca disse a un quotidiano “anche io vado con gli arrusi (gli omosessuali), ma mica li bacio e a casa la ragazza ce l’ho! Questi invece facevano gli ziti (i fidanzati)”. Quindi si poteva fare sesso con altri uomini, ma senza diventare omosessuali, si poteva fare finché non c’era affetto e si aveva una fidanzata ad aspettare a casa.
Perché hai scelto come il titolo Stranizza, una parola in siciliano?
Stranizza è stato un titolo che è arrivato da solo quando ho scoperto la canzone Stranizza d’amuri di Franco Battiato. Per scrivere il libro e capire il più possibile la lingua siciliana (io sono romano), ho letto molto in siciliano e ascoltato molta musica. “Stranizza d’amuri” è una canzone molto bella che parla dell’amore nonostante tutto. Tra l’altro l’ascoltai in radio per la prima volta proprio nell’estate del 1980 e così è diventata da sola la canzone dei due ragazzi e poi il titolo del romanzo.


Secondo te, c’era qualcosa che avrebbe potuto, teoricamente, cambiare il corso degli eventi e portare la vita dei ragazzi a un “lieto fine”?
Ci penso tanto spesso. Quando ho scritto il romanzo mi dissi: non c’è bisogno che scrivo il finale. Chiuderò il libro con loro due che se ne vanno in motorino e ognuno pensi quel che vuole. Però non sarebbe stato giusto. I due ragazzi sono morti e la loro morte ha cambiato l’Italia, era giusto raccontare la storia fino in fondo.
Qual è stato l’aspetto emotivamente più difficile da raccontare di questa vicenda?
Proprio quell’ultimo capitolo, la loro morte che arriva dopo che per tutto il tempo del romanzo siamo stati con loro, li abbiamo visti innamorarsi e cercare di essere felici. Quel finale è orribile ed è stato difficile raccontarlo perché sappiamo che è vero e che non c’è modo di rimediare.
Hai mai avuto paura che le persone non capissero davvero la tua storia, o che non le dessero il valore che merita?
Stranizza è il mio primo vero romanzo e quando scrivi per la prima volta hai tanta di quella paura che è difficile capire di COSA hai paura nello specifico. Avevo paura che il mio testo fosse ridicolo e brutto, che la loro storia non venisse onorata, che Stranizza venisse a malapena notato e subito dimenticato. Adesso è arrivato in Repubblica Ceca e dopo tanti anni ancora si parla di questa storia. Ne sono molto orgoglioso e felice.
È cambiato qualcosa dentro di te, dopo aver raccontato questa storia?
Quando ho visto Stranizza nelle mani delle persone, quando ho ricevuto i primi commenti, quando mi è stato raccontato da alcuni lettori che per loro era stato un libro speciale, allora ho capito che ero diventato uno scrittore e che anche io potevo usare parole potenti e importanti. Stranizza mi ha cambiato la vita.

Come ti senti nel sapere che il tuo libro è stato tradotto in un’altra lingua? E che grazie a te la storia si sta diffondendo oltre i confini dell’Italia?
È qualcosa che fatico ancora a realizzare. È stato incredibile vedere Podivnost (il titolo ceco di Stranizza), sentirlo leggere e sapere che in quelle parole che non capisco ci sono le cose che volevo dire. Parlare con il vostro liceo [liceo GGG Ústavní a Praga], con voi studenti è stato ancora più incredibile, perché Tony e Giorgio si sentivano soli e chiusi in un paesino della Sicilia che non li amava. Ora hanno amici in un’altra nazione e questa cosa è incredibile. Vi ringrazio perché voi siete gli amici che questi ragazzi non hanno mai nemmeno sognato di avere.

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